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Anche il Consiglio di Stato, dopo il Tar, respinge il ricorso dei comitati contro l'impianto che a Fusina trasforma il rifiuto secco in energia

Giovedì 19 Maggio 2022

Rifiuti

La Quarta sezione del Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato da cinque associazioni e da quattro cittadini (due residenti nel Comune di Venezia e due a Mira) contro la sentenza del Tar del Veneto, che aveva dato il via libera all’impianto della società controllata Ecoprogetto che a Fusina trasforma il Css (Combustibile solido secondario) in energia elettrica.
Il Consiglio di Stato, così come aveva già stabilito l’anno scorso il Tar, ha anche condannato i ricorrenti alla liquidazione delle spese.
Il Tribunale d’appello amministrativo ha in sostanza fatto proprie le motivazione che il 30 settembre 2021 avevano portato il Tar a respingere il primo ricorso.
I giudici hanno ritenuto insufficiente la rappresentatività delle cinque associazioni che avevano presentato ricorso (Comitato opzione zero, Progetto nascere meglio, Medicina democratica, Ecoistituto del Veneto Alex Langer e Casa del popolo Venezia), che non sono riuscite a dimostrare le loro finalità di tutela ambientale, non hanno indicato il numero di associati né hanno provato le attività svolte.
Lo stesso per le quattro persone fisiche firmatarie del ricorso (residenti a una distanza dall’impianto variabile tra 2,4 e 4,6 km). Inoltre, dopo i giudici del Tar, anche quelli del Consiglio di Stato hanno considerato attendibili e adeguati gli studi e i dati già a suo tempo analizzati dalla commissione Via regionale proprio relativi alle emissioni.
La stessa Commissione Via - composta da tecnici, medici, ingegneri ed esperti appartenenti alle pubbliche istituzioni - aveva votato favorevolmente e all’unanimità, fornendo così alla Regione Veneto una completa istruttoria circa i reali impatti ambientali dell’impianto e rispondendo anche a quesiti o approfondimenti che sono stati utilizzati in maniera falsa e strumentale anche nella recente manifestazione di protesta che si è tenuta a Marghera.
“Siamo soddisfatti perché un secondo collegio di giudici ha di nuovo sancito la correttezza del nostro comportamento e degli enti che hanno autorizzato l’impianto”, commenta il presidente di Veritas, Vladimiro Agostini.
“Il progetto è stato da sempre ben impostato e abbiamo lavorato per dotare il nostro territorio di un impianto in grado di renderci autosufficienti per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti e recuperare energia da rifiuti non riciclabili e da fanghi da depurazione civile, nel pieno rispetto delle norme ambientali e dei principi dell’economia circolare”.
L’impianto è dunque legittimo (e oggi più che legittimato) dopo due sentenze di due Tribunali diversi, oltre che necessario.
E’ piccolo dal punto di vista industriale, ma comunque sufficiente a chiudere il cerchio del trattamento e riciclo del territorio, nel pieno e totale rispetto delle normative e della gerarchia europea dei rifiuti.
Come tutti i cittadini sanno e possono facilmente verificare, il sistema di riciclo e trasformazione dei materiali utilizzato nel territorio della Città metropolitana di Venezia si basa sul progressivo aumento della qualità e della quantità delle differenziate e sull’effettivo riciclaggio dei materiali.
In questo modo è possibile limitare a meno di 70.000 tonnellate (circa il 15% del totale dei rifiuti raccolti in anni normali) la produzione annua di Combustibile solido secondario (Css), derivato dalla frazione che attualmente non è possibile riciclare.
C’è inoltre da tenere presente che solo il 3% dei rifiuti raccolti in questo territorio finisce in discarica, a fronte di una media italiana del 25%.
In questo modo, il 97% dei rifiuti raccolti da Veritas nel proprio territorio viene riciclato, riutilizzato o trasformato in energia elettrica.